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Confessioni di un
garbato nemico dello stato
Parte 3 (1977-1997)
Viaggio in Giappone e a Hong Kong
LAntologia dellI.S.
La scalata
Ancora Rexroth
La pratica Zen
Letture, scritti, traduzioni, musica
Come mai ho scritto questo libro
[Viaggio in Giappone e a Hong Kong]
Rimasi in Giappone per due mesi. In un primo tempo a Fujinomiya, una
tranquilla cittadina ai piedi del monte Fuji dove abitavano Tommy Haruki e la
sua famiglia. Era così lontana dalle vie battute che alcuni bambini delle
vicinanze non avevano mai visto uno straniero.
Dopo una o due settimane, ritornai a Tokio per incontrare alcuni giovani
anarchici che stavano traducendo il mio testo The Society of Situationism
[La società del
situazionismo]. Era un lavoro interessante, ma a causa dellassenza
di attività situazionista in Giappone, cerano naturalmente molte sfumature
sullideologizzazione che non potevano cogliere, e dubito che la loro traduzione
sia stata ben compresa.
È incontrai molti altri anarchici a Tokio, ma nellinsieme questo ambiente mi
sembrò privo dinteresse. Giusto per vedere se potevo risvegliarli un po,
scrissi una lettera aperta e apertamente critica ad un gruppo (Open Letter to
the Tokyo Libertaire Group
[Lettera aperta al gruppo Libertaire di Tokio]),
che Haruki tradusse e distribuì ai suoi contatti anarchici ovunque in Giappone.
Il gruppo la ristampò con due risposte del tipo Se non avete nulla di
gradevole da dire, tacete.
In novembre andai a Hong Kong per tre settimane per incontrare i 70, un
gruppo anarchico che diffondeva informazioni sul dissenso in Cina, in unepoca
in cui tali informazioni erano difficili da trovare e in cui molta gente si
faceva ancora delle illusioni su Mao e sulla rivoluzione culturale.
Pubblicai più tardi una critica del gruppo e delle sue pubblicazioni. Con mia
grande sorpresa ed con mia grande delusione, questo testo non ricevette alcuna
risposta pubblica dei 70, anche se pare che abbia causato dei dibattiti interni.
Benché alcuni compagni oltreoceano abbiano trattato con disdegno il tuo
opuscolo A Radical Group in Hong Kong [Un gruppo radicale a Hong Kong],
cè un certo numero di persone qui (tra cui gente come me che non ti ha mai
incontrato) che sono completamente daccordo con le tue critiche ai 70 fin nei
minimi dettagli mi scrisse un corrispondente. Purtroppo, finì per allinearsi
al dogmatismo stantio della Corrente Comunista Internazionale, il che non era un
progresso. Il gruppo dei 70 si sciolse allinizio degli anni 80.
Ritornato in Giappone, incontrai degli altri anarchici a Kyoto e ad Osaka.
Collaborai con Haruki alla ristampa di una traduzione giapponese dellopuscolo
De la misère en milieu étudiant [Sulla miseria nellambiente studentesco]
che avevamo trovato; e munito di numerosi dizionari, gustai quelle ultime
conversazioni accompagnate da tazze di saké caldo, particolarmente piacevole
allora che il freddo di dicembre iniziava a penetrare nelle case mal isolate.
Quindi tornai a Berkeley.
Provavo sensazioni contradittorie rispetto al Giappone. Certamente, non mi
piaceva il conformismo, né letica del lavoro, né la persistenza delle gerarchie
e delle barriere sessiste. Bisogna usare delle forme grammaticali diverse a
seconda che siate uomo o donna, o che parliate ad un superiore o ad un
inferiore. Non potevo prendere queste cose seriamente. Ma apprezzavo alcuni
aspetti della loro cultura: larchitettura e larredamento tradizionali; il
comportamento modesto ed educato; la cucina deliziosa; la pulizia quasi fanatica
la pratica di togliere le scarpe prima di entrare in una casa mi è sembrata
così pratica e comoda che lho adottata da allora. E nonostante la sua
difficoltà, trovai la lingua affascinante. Ho continuato a studiarla a Berkeley,
con lidea che avrei potuto tornarci per starci per qualche tempo. Ma alla fine
non lho mai fatto, soprattutto perché non ho sentito parlare di qualche nuovo
sviluppo interessante in quel paese né di nuovi compagni da incontrare. Ho
abbandonato gli studi dopo un anno, ed ora ho dimenticato quasi tutto. Ma mi è
piaciuto finché è durato.
A parte lo studio del giapponese, passai la maggior parte del 1978 a fare il
correttore di bozze. Per ventanni me la sono cavata lavorando free-lance
come correttore o come correttore- redattore. Non è un lavoro molto
appassionante, ma mi lascia molto tempo libero. Avendo gusti abbastanza modesti
e non dovendo provvedere alle necessità di una famiglia, sono riuscito a vivere
in modo abbastanza confortevole per tutta la mia vita dadulto, con redditi che
non hanno mai superato la soglia ufficiale di povertà. I miei due unici eccessi,
la scrittura ed i viaggi, sono eccessi solo apparentemente. Le vendite delle mie
pubblicazioni hanno quasi coperto le spese di stampa non conto le mie ore di
lavoro, che sono generalmente state piacevoli ed anche i miei viaggi
allestero sono stati relativamente poco costosi perché vado in generale
soltanto dove ci sono degli amici che mi possono ospitare.
In autunno iniziai a seguire attentamente lo sviluppo della rivolta in Iran,
leggendo i resoconti nella stampa e articoli generali sulla recente storia
politica dellIran e del Medio Oriente. Nel marzo 1979 pubblicai il manifesto
The Opening in Iran [La breccia in Iran], di
cui distribuii molte centinaia di copie ai gruppi di studenti radicali iraniani
in America. Speravo che alcune copie, o almeno alcune delle idee, arrivassero in
Iran, ma non so se ciò è mai accaduto. Alcuni iraniani che ho incontrato erano
abbastanza simpatici, ma la maggior parte era troppo presa dalla dinamica degli
eventi, e troppo attaccata allIslam o ad una o ad unaltra variante del
leninismo, per comprendere una prospettiva realmente radicale. Alcuni hanno
anche minacciato di spaccarmi la faccia per aver denigrato Khomeiny. Il mio
testo è stato criticato per aver sottovalutato la preponderanza dellelemento
religioso nella rivolta. Avevo supposto che la potenza e la natura reazionaria
del movimento khomeinista fossero già abbastanza evidenti perché ci fosse la
necessità di pronunciarsi a lungo sullargomento. Del resto, benché la vittoria
finale di Khomeiny sembrasse probabile, non pensavo che fosse decisa in
anticipo. E di fatto, gli sono stati necessari molti mesi per consolidare
realmente il suo potere. A parte la prima frase un po troppo entusiasta che ho
aggiunto spinto da un impulso dellultimo minuto, il mio testo era semplicemente
un tentativo di troncare le confusioni correnti e di distinguere le forze ed i
fattori in gioco. Presentava delle possibilità, non delle probabilità né delle
previsioni. Qualcuno mi ha scritto più tardi: Ero in Iran poco dopo la
rivoluzione. Ho fatto autostop dalla frontiera pakistana fino alla frontiera
turca. Potrei fornire decine di esempi in cui la gente comune ha preso il
potere. La vostra analisi della situazione in Iran e dei suoi sviluppi possibili
è la sola cosa che abbia letto che abbia la minima rassomiglianza con la
verità. Non so nulla sullaffidabilità di questa persona, ma ogni frase del
mio testo era basata su fonti documentate, la maggior parte delle quali non è
più radicale di Le Monde o di Christian Science Monitor.
Tra parentesi, il Monitor è la sola pubblicazione dattualità non
alternativa che leggo regolarmente. Vi sono abbonato da quando lo scoprii
facendo delle ricerche per il mio testo sullIran. Certamente, è lontano
dallessere radicale, ma lo trovo meno nauseabondo degli altri giornali
americani, e nei limiti della sua prospettiva vagamente umanitaria e progressista
(la sua prospettiva religiosa si impone soltanto di rado), contiene un maggior
numero di informazioni internazionali e concede meno spazio alle ultime notizie
sensazionaliste.
Nellautunno 1979 andai in Europa per quattro mesi. Passai molte settimane
visitando i miei contatti di Mannheim, Nantes, Bordeaux, Barcellona, Atene e
Salonicco. Il resto del tempo rimasi a Parigi, soprattutto da Joël e Nadine, con
cui ero di nuovo in rapporti eccellenti (mi avevano reso visita in California
lanno precedente). Vidi anche i Denevert qualche volta. Dopo la nostra rottura
del 1977, avevano, anche loro, passato un brutto periodo che li aveva finalmente
portati a rimettere in questione lostilità ed il delirio che aveva spesso
accompagnato le rotture nellambiente situ, ed avevano cominciato a
riconciliarsi con alcuni di quelli con cui avevano rotto. Ciò non voleva dire
che si fossero rassegnati a riprendere relazioni superficiali e ordinarie. Un
anno più tardi fecero circolare una serie di Lettres sur lamitié
[Lettere sullamicizia] in cui discutevano delle loro esperienze recenti sul
terreno delle relazioni politiche e personali e in cui si dichiaravano in
sciopero damicizia per una durata illimitata. Fu lultima volta in cui ho
avuto loro notizie. Quando ho provato a contattarli successivamente, erano
partiti senza lasciare un indirizzo. (Cè qualcuno che sappia dove si trovino?)
(Nota aggiunta in seguito: Dopo li ho ritrovati.)
A Parigi, redassi un volantino, a proposito di niente in particolare
(prevedevo di diffonderlo a caso nella metropolitana, ed in altri luoghi). Per
una ragione qualunque, non lho mai fatto stampare. Eccolo dunque per la prima
volta, diciassette anni più tardi:
SPLEEN DI PARIGI
A Parigi più che ovunque altrove, specialmente dopo i situazionisti, tutto
è stato detto ma pochi ne hanno tratto vantaggio. Poiché la teoria è in sé
banale, può andare a vantaggio solo degli spiriti che non lo sono. I testi
radicali diventano di routine come il lavoro ed il consumo che denunciano.
Certamente occorre abolire lo Stato ed il lavoro salariato, liberare la nostra
vita quotidiana, ecc. Ma si diventa disincantati. Diventa difficile pensare
per sé. La rivoluzione è contenuta dalla sovraesposizione.
Solo
eccezionalmente le nostre lotte sono aperte e chiare. La maggior parte del
tempo siamo impigliati da ciò che vogliamo combattere. facile, e confortante,
biasimare i capitalisti, i burocrati o la polizia; ma è soltanto grazie alla
complicità passiva delle masse che queste piccole minoranze hanno qualche
potere. Non è tanto un errore dei sindacati o dei mass media se distorcono
le lotte operaie dopo tutto, è la loro funzione quanto un errore degli
operai che non sanno garantire la comunicazione delle loro esperienze e delle
loro prospettive.
Che il sistema
ci sfrutti, ci faccia del male e ci tenga nellignoranza, è abbastanza brutto;
ma il peggio, è che ci perverte, ci trasforma in creature meschine, mediocri,
vili. Se ci presentano una sola grezza tentazione di auto-tradimento, siamo
forse capaci di rifiutarla. Ma poco a poco mille compromessi corrodono la
nostra resistenza. Diventiamo incapaci della minima sperimentazione, per il
timore di indebolire le difese che abbiamo costruito per respingere la nostra
vergogna. Anche quando arriviamo a considerare unazione critica, esitiamo;
immaginiamo innumerevoli obiezioni abbiamo paura di sembrare stupidi o di
avere torto, temiamo che la nostra idea non vada, o se va, che non voglia dire
molto.
Ipocrita
lettore, la tua espressione disincantata non nasconde il fatto che conosci
molto bene ciò che dico. Passi da unideologia a unaltra, e ciascuna contiene
appena quella quantità di verità per riuscire a trattenerti, ma resta
abbastanza frammentaria per impedirti di affrontare concretamente la totalità.
Di disillusione in disillusione, finisci per non credere a nulla che non sia
la natura illusoria del tutto. Spettatore cinico, come tutti gli altri ti
vanti di essere differente dagli altri. Ti consoli disprezzando lingenuo,
il provinciale, il cafone, la persona che crede ancora in Dio o nel suo lavoro
la cui sottomissione caricaturale è presentata in modo ripugnante
precisamente per farti dimenticare la tua sottomissione. Dici a te stesso che
tutto ciò che si applica alla maggior parte della gente, non sia valido per
te; mentre la persona accanto a te pensa che ciò che è valido per te non si
applichi a lei.
Tu immagini
vagamente che in un modo o in un altro la tua vita potrebbe migliorare. Hai
qualche ragione reale per crederci? Andrai avanti così fino alla morte? Non
hai un po di audacia, dimmaginazione?
Il dialogo deve preoccuparsi di eliminare le condizioni che eliminano il
dialogo!
Risolviamo lanacronistica questione sociale per poterci dedicare a
problemi più interessanti!
La meschineria è sempre controrivoluzionaria!
[LAntologia dellI.S.]
Ritornato a Berkeley, cominciai il lavoro sulla Situationist International
Anthology. Per anni ero stato frustrato dalla mancanza di traduzioni dei
testi dellI.S. La maggior parte di quelle che esistevano erano imprecise, e le
meno cattive, poco numerose, erano spesso esaurite. Era dunque difficile,
leggendo soltanto alcuni articoli dispersi, prendere conoscenza della
prospettiva situazionista nellinsieme e spiegarsi il modo di cui si era
sviluppata. E la sola raccolta generale, Leaving the Twentieth Century di
Christopher Gray, era inadeguata per più aspetti. Avevo già pensato di fare io
stesso delle traduzioni, ma la mia proposta del 1975 nel manifesto The Blind
Men and the Elephant [I ciechi e lelefante] non aveva interessato alcun
editore, e lidea di pubblicare una grande raccolta curata da me stesso mi
sembrava opprimente. Inoltre, due editori commerciali avevano successivamente
annunciato la loro intenzione di fare uscire il Trattato di Vaneigem,
abbandonando in seguito il progetto, e ciò ritardò ancora la nostra impresa.
Infine, dopo altre voci di nuove traduzioni che si rivelarono anchesse senza
fondamento, conclusi che se volevo una raccolta accettabile, avrei dovuto farla
io stesso. Benché la mia conoscenza del francese non fosse ancora completa
allepoca, comprendevo quasi perfettamente i testi situazionisti, ed potei
usufruire della collaborazione di Joël e Nadine per chiarire tutto ciò che mi
restava oscuro.
Quando il lavoro si trovò sufficientemente avanzato, inviai una presentazione
ad una trentina di editori. Ma mi obiettarono che gli scritti situazionisti
erano troppo difficili o troppo oscuri pregiudizio corrente.
Retrospettivamente, il loro rifiuto fu probabilmente positivo. Se fossi riuscito
ad interessare un editore, avrei forse dovuto preoccuparmi della possibilità che
volesse discutere la scelta sui testi o insistere per introdurre una prefazione
redatta da una celebrità radicale, o aggiungere in quarta di copertina delle
citazioni di critiche incompetenti, o ritardare ledizione o lasciare il libro
esaurirsi senza ristamparlo, ecc. Pubblicando il libro curato da me, ho potuto
controllare tutto il progetto. Tra laltro, ho potuto rinunciare a qualsiasi
copyright, come faceva lI.S., mantenere il prezzo a un livello ragionevole ed
inviare una grande quantità di copie gratuite a carcerati o a compagni poveri in
Europa orientale e nel Terzo Mondo.
La realizzazione richiese quasi due anni. Era poco prima dellavvento delle
edizioni a buon mercato. Oggi, avrei potuto risparmiare centinaia di ore di
lavoro e migliaia di dollari sulla composizione, lindicizzazione, il collage,
ecc. ma poiché pensavo che questi testi rappresentassero il corpus della più
importante critica sociale diel Novecento, ero felice di fare tutto ciò che era
necessario per presentarli nel modo più accurato possibile.
Non credo che ci siano errori significativi nella mia traduzione, anche se
avrei potuto rendere alcuni passaggi più chiaramente, come ho fatto nella nuova
versione dellarticolo sulla sommossa di Watts che ho pubblicato recentemente.
Alcuni hanno criticato la mia decisione di conservare le parole dérive e
détournement nella versione inglese, ma non ho trovato alcuna traduzione
soddisfacente. Per contro, penso ora che récupération si possa rendere
più chiaramente con cooptation, nonostante le connotazioni leggermente
differenti delle due parole.
Come accade con ogni antologia, alcuni lettori si trovarono in disaccordo
sulla scelta degli articoli. Michel Prigent, che sembra non avermi mai perdonato
di avere segnalato che le sue traduzioni (pubblicate sotto i nomi Piranha e
Chronos) erano troppo letterali, mi ha accusato di aver fatto una selezione
in funzione delle mie prospettive ideologiche. Ma oltre alla proposta
implicita di includere uno o due testi che egli stesso aveva già tradotto, la
sua sola proposta era di realizzare unedizione inglese integrale di tutti i
numeri della rivista francese. Spero che qualcuno lo farà un giorno questo
lavoro, ma avrebbe triplicato il tempo ed il costo di un progetto che era già
abbastanza pesante per me.
Altri critici hanno sostenuto che avevo occultato il primo periodo (più
culturale) dellI.S. Ammetto di aver dato maggior peso al periodo successivo
più politico, senza il quale nessuno avrebbe mai sentito parlare dellI.S.
salvo alcuni specialisti dei movimenti davanguardia, ma le principali
caratteristiche del primo periodo non possono affatto sfuggire al lettore dei
primi dodici articoli del libro. Avrei probabilmente potuto includere degli
estratti di Potlatch e altro materiale precedente alla nascita dellI.S.
se tali testi fossero stati disponibili allepoca; ma se non mi sono preoccupato
della storia dei nashisti e di altre tendenze artistiche, è perché pensavo
che presentassero poco interesse e che non avessero molto a che fare con i
contributi situazionisti più originali e più essenziali. Dopo la pubblicazione
del libro, questi critici hanno avuto quindici anni di tempo per pubblicare i
testi vitali che avrei nascosto. Finora, non hanno fatto uscire grandi cose.
Altri lettori avrebbero voluto più note per spiegare alcuni riferimenti
oscuri. La presunta oscurità dei testi situazionisti è in realtà molto
esagerata. La loro comprensione non esige generalmente più di una conoscenza
minima di alcune opere fondamentali e di alcuni eventi storici importanti che
tutti coloro che hanno una seria volontà di comprendere e di trasformare il
mondo devono conoscere. Il contesto generalmente rende il significato abbastanza
chiaro, anche se non si conosce questo o quellideologo europeo citato, come si
possono apprendere molte cose leggondo Marx ed Engels senza sapere nulla sui
filosofi e sugli economisti che hanno criticato.
Altri ancora avrebbero voluto che includessi alcune delle illustrazioni
originali dellI.S.. Le apprezzo molto come chiunque. Ma le migliori, e
soprattutto i fumetti deturnati, sono state così spesso riprodotte ed imitate
che rischiavano di distrarre lattenzione dai testi e di rafforzare lidea molto
diffusa, ma falsa, che le pubblicazioni situazioniste consistessero in collages
chiassosi concepiti per stupire la gente. Ho pensato che non avrebbe fatto male
agli intossicati dalle immagini essere costretti a dirigere la loro attenzione
su dei testi disadorni.
Ci furono anche, sicuramente, numerosi commenti sui testi stessi. In questi
ultimi anni le pubblicazioni sullI.S. sono diventate ancora più numerose che
nellimmediato dopo maggio 1968, e lI.S. è diventata più famosa e più
affascinante che mai.
Un po di questaura è scesa su di me. Essendo generalmente impossibile
riunire i vecchi membri dellI.S., sono stato a volte considerato come il
migliore portavoce situazionista, e mi hanno chiesto di fare letture pubbliche e
sedute di firma in librerie, di accordare interviste, di fare discorsi o
registrazioni su videotape, di contribuire a diverse pubblicazioni, di fornire
informazioni per tesi universitarie, di partecipare a congressi radicali o a
simposi universitari, di diventare artista associato in un istituto darte,
ed anche di fornire materiali per un programma televisivo. Ho rifiutato tutte
queste proposte.
Non si tratta di un principio rigido. Uno di questi giorni, se sono
dellumore per farlo e se mi lasciano sufficientemente libertà, potrei decidere
di deturnare una di queste situazioni, come ha fatto Debord in un discorso in
occasione di un congresso sulla vita quotidiana in cui critica, tra laltro,
i limiti ed i vicoli ciechi di tali congressi (cfr: I.S. n. 6, pp 20-27).
Ma nellinsieme, credo che la gente si inganni se pensa che leffetto sovversivo
di questo tipo di pubblicità prevalga sulla banalizzazione e sulla
neutralizzazione (includendovi la tentazione sottile di accentuare alcuni tratti
collegati al sensazionalismo, pur astenendosi dalloffendere chiunque per
assicurarsi un nuovo invito). Ad ogni modo, per quanto io sia un po meno
rigoroso in questa materia dellI.S., penso che per presentare o rappresentare
la prospettiva situazionista, la migliore maniera è rifiutare tutto ciò che
i situazionisti stessi hanno inevitabilmente rifiutato.
Chiunque è libero di ristampare, adattare o commentare lAnthology o
non importa quale altra mia pubblicazione. Non posso prendere seriamente coloro
che non lhanno mai fatto, pur cercando a tutti i costi di incontrarmi o di
ottenere qualche scoop esclusivo allo scopo di dare agli spettatori
limpressione che hanno le informazioni migliori e più recenti su testi che
spesso non si sono neppure dati la pena di leggere, ed ancora meno di mettere in
pratica. Mi sembra che il fatto di mantenere questa distanza contribuisca a
chiarire le cose. Poco dopo la pubblicazione dellAnthology, per esempio,
una sorta di scrittore professionista volle intervistarmi allo scopo di ottenere
informazioni per un articolo che il settimanale East Bay Express gli
aveva chiesto di scrivere sui situazionisti. Ho rifiutato di avere qualunque
rapporto con lui, e larticolo progettato non è mai apparso. Quasi nello stesso
periodo ho rifiutato pure dincontrare Greil Marcus che preparava un resoconto
dellAnthology per Village Voice di New York. Ma devo riconoscere
che ciò non gli ha impedito di scrivere un articolo lungo e molto elogiativo.
Dopo tutto, cerano già molte informazioni nei testi dellI.S., e poiché li
aveva letti con cura, ha potuto fare un resoconto abbastanza corretto. Sebbene
limitato per alcuni aspetti(1), il suo articolo era lespressione onesta del suo
punto di vista sui situazionisti, e del suo interesse entusiasta, e non la
conseguenza di un ordine. Di modo che tutto è stato molto più chiaro.
Allinizio degli anni 80 avevo ristabilito relazioni amichevoli con la
maggior parte degli altri firmatari di Notice. Avevano preso direzioni
diverse, ed a parte Chris ed Isaac, che avevano pubblicato da quella volta
ciascuno due o tre opuscoli, nessuno di loro non ha portato avanti unattività
radicale significativa dopo la nostra rottura del 1977. Nel 1982, Isaac e sua
moglie Terrel Seltzer hanno fatto uscire Call It Sleep, una videocassetta
di 45 minuti un po nello stile di Debord. Poco dopo, Isaac ha ripudiato la sua
vecchia prospettiva radicale, giustificando la sua devozione ulteriore con
occupazioni soprattutto finanziarie con un tipo dideologia neo-liberale che ha
esposto in un libro curioso scritto con Paul Béland, Money: Myths and
Realities (1986).
Ho criticato Isaac perché ha espresso dei punti di vista dai quali mi sentivo
sentito costretto a dissociarmi. Ma vorrei riconoscere il mio debito verso di
lui e molti altri vecchi compagni. Abbiamo vissuto insieme molti momenti
appassionanti. La quantità di polemiche nellambiente situ ha dato la falsa
impressione che ci siano stati soltanto problemi. In ogni caso, nel corso delle
avventure che riferisco qui brevemente, ho annodato molte relazioni preziose, ho
vissuto molti bei momenti, ed unimmensa quantità di risate. Ed anche i fiaschi
erano spesso divertenti. Spero che i miei vecchi amici non li abbiano
dimenticati interamente.
Una volta pubblicata lAnthology, io mi sentiti meno obbligato a
dedicare tanto tempo ed energia per spiegare la prospettiva situazionista,
correggere gli errori su di essa, ecc. Le questioni più importanti erano
lucidamente trattate dai situazionisti stessi nei testi che erano ora
disponibili. Nel corso degli anni successivi, ho continuato a mantenere alcune
corrispondenze di routine, a redigere alcune note di tanto in tanto, a
distribuire testi e a scrivere, ma ho soprattutto iniziato ad esplorare nuovi
campi.
[La scalata]
La mia prima nuova avventura fu scalare delle pareti di roccia, fare
climbing, una delle ultime cose per cui avrei immaginato di entusiasmarmi. Come
quasi tutti, avevo una grande paura del vuoto. Ma nel corso delle mie ultime
escursioni, mi sentivo sempre più affascinato dallidea di provare a scalare la
roccia, provando un tipo dattrazione primordiale e da primate alla vista
delle scogliere o delle formazioni rocciose. Infine, ho dominato il mio terrore
e mi sono iscritto ad un corso di climbing per principianti. Abbiamo passato due
ore ad apprendere i principi di base, quindi siamo andati sulle colline di
Berkeley a fare delle scalate. Alcune settimane più tardi ho seguito un corso
più avanzato a Yosemite, ed ho fatto le mie prime vere scalate sulle falesie di
granito, centinaia di metri in verticale.
Per due anni fare climbing è stata la mia passione dominante. Ogni volta che
era possibile, andavo a Yosemite o altrove nella Sierra Nevada; ma di solito
scalavo in città, andando in bicicletta varie volte alla settimana a Indian Rock
per fare bouldering (la pratica dei movimenti difficili, ma rimanendo
vicino al suolo). A condizione di avere delle buone scarpe (con la suola in
gomma molto aderente ed estremamente strette, perché il piede sia compresso in
una sola unità rigida come gli zoccoli di una capra di montagna), si constata
con sorpresa che piccole dentellature nella roccia possono dare presa allalluce
o alle dita. Un rilievo della dimensione di un pisello basterà se orientate il
corpo appena di quello che occorre, ricercando il corretto equilibrio tra le
forze opposte e muovendovi con precauzione, ma in modo sicuro e rilassato (se
tremate, avrete più possibilità di scivolare).
Se si fa attenzione e se si utilizzano correttamente le corde, una scalata
non è così pericolosa come si crede. Tuttavia, cè comunque un certo rischio.
Allinizio mi piaceva così tanto che lo consideravo accettabile; ma dopo due
anni mi sono deciso a fermarmi prima di tentare la provvidenza. In Island
[Isola], romanzo utopistico di Aldous Huxley, fare almeno un trip psichedelico e
scalare almeno una volta una scogliera (ma non nello stesso momento!) fa parte
delleducazione di qualunque adolescente. Riguardo ai rischi, esiterei a
raccomandare luna o laltra senza riserva, ma queste due esperienze sono
certamente state preziose per me.
Di tanto in tanto faccio ancora un po di bouldering o delle escursioni (più
spesso attraverso le colline, attraverso i boschi e lungo la spiaggia a Point
Reyes, che è molto vicina da qui), ma il mio principale esercizio in
questultimi anni sono stati la pratica del basket e del tennis. Giocare a
basket con i giovani neri delle vicinanze era per me una buona sfida sia
culturale che fisica: mi è sembrato di aver veramente compiuto qualcosa quando
alla fine sono stato più o meno accettato come one of the guys. Oggi,
non faccio praticamente più basket e mi sono dato al tennis che è del resto
quasi lunica cosa che guardo alla televisione: la faccio uscire dalla cantina
tre o quattro volte allanno per Wimbledon e per altri tornei importanti.
Nellautunno del 1984 ho fatto un altro viaggio in Francia, durante il quale
sono stato per la maggior parte del tempo a Parigi dal mio amico Christian
Camus. Ci eravamo incontrati in un contesto situ durante la mia visita
precedente nel 1979, ma da allora si è dedicato soprattutto a sperimentare i
diversi modi di animare il suo ambiente immediato. Questo va bene per me: se
devo scegliere, preferisco frequentare persone che hanno uno spirito vivo che
fanno cose interessanti nella loro vita, piuttosto che gente che non fa che
rigurgitare banalità politiche e brontolare continuamente. Pieno dironia,
provocatorio e scherzoso, amante delle battute in diverse lingue, giudicando con
penetrazione i giochi e gli schemi della gente (nel senso di Eric Berne),
Christian mi costringe a restare in guardia quando inizio a farmi troppo
pedante.
Feci due piccoli viaggi fuori Parigi, in Dordogna dove vivevano Joël e
Nadine, ed in Germania per rivedere i miei amici di Mannheim ed incontrare un
altro gruppo a Berlino Ovest.
[Ancora Rexroth]
Ritornato a Berkeley, concepii due progetti relativi a Rexroth. Durante gli
anni 70 il mio interesse per lui era diminuito. Alla luce delle prospettive
situazioniste, le sue analisi politiche sembravano insufficienti, la sua idea di
una sovversione per mezzo dellarte e della poesia sembrava incerta e dubbiosa,
ed alcune delle sue attività sembravano troppo compromettenti, come scrivere
cronache giornalistiche o darsi al cattolicesimo.
Tuttavia, aveva continuato ad influenzarmi indirettamente. Ricordarmi della
sua magnanimità scettica mi ha aiutato a non perdere il senso delle proporzioni
durante alcune affari situ più traumatici. Nel mio opuscolo sulla religione del
1977 cercavo già di comprendere in quale misura queste due influenze principali
sulla mia vita (Rexroth e lI.S.) avrebbero potuto conciliarsi, e da quella
volta lì il mio entusiasmo per lui si era ravvivato parecchio. Oltre a rileggere
tutti i suoi libri, ho ricercato e fotocopiato tutti i suoi articoli sparsi che
potevo trovare nella biblioteca delluniversità, comprese tutte le cronache (più
di 800) che ha scritto per lExaminer di San Francisco.
Senza grandi speranze, ho proposto a molti editori di pubblicare unantologia
delle cronache. Questa proposta aveva suscitato per un certo periodo abbastanza
interesse perché consacrassi molti mesi a rileggerle in modo da prepararne un
campione rappresentativo. In fin dei conti, ci fu soltanto una piccola casa
editrice che mi fece una proposta, così poco soddisfacente che la respinsi e mi
rassegnai a mettere il progetto nellarmadio. Sarei stato contento di lavorarvi
duramente e con un guadagno modesto, ma non avevo voglia di pubblicarla io
stesso.
Ho pensato allora che sarebbe stato meglio fornire il mio punto di vista su
Rexroth, provare a dire esattamente in che cosa lavevo trovato così grande, e
di chiarire i punti sui quali non ero daccordo con lui. Oltre ad interessare
eventualmente altra gente, sarebbe stato un buon metodo per mettere le mie idee
in chiaro su ogni sorta di argomenti.
Questo progetto ha finito per occuparmi in modo intermittente per cinque
anni. Sicuramente avrei potuto esprimere quasi tutto ciò che dovevo dire in un
termine molto più breve; ma poiché non avevo alcun termine, ho preso il mio
tempo ed ho dato libero corso alle mie inclinazioni, rileggendo i suoi libri più
e più volte, spigolando le mie citazioni preferite, accumulando mucchi di note,
e seguendo ogni sorta di argomenti tangenziali. Me era venuto in mente, ad
esempio, che sarebbe stato interessante comparare Rexroth con altri autori
indipendenti come H.L. Mencken, Edmund Wilson, George Orwell o Paul Goodman. Era
un buon pretesto per rileggere molti dei loro libri, anche se, alla fine, li
usai poco nel mio testo.
[La pratica Zen]
Nel 1985, iniziai anche a praticare lo Zen regolarmente. Negli ultimi anni
avevo fatto un po di zazen di tanto in tanto da solo, ma non avevo partecipato
ad una pratica di gruppo formale dagli anni 60. Come ho già detto prima, ero
infastidito da alcune forme tradizionali di questa disciplina. Benché lo Zen sia
meno dogmatico e più sofisticato intellettualmente della maggior parte delle
religioni, la pratica tradizionale è abbastanza rigorosa e formale. Potevo
comprendere lutilità di alcune di queste forme per facilitare la concentrazione
o lautodisciplina, ma diffidavo di alcune altre che mi sembravano essere
soltanto vestigia della gerarchia sociale orientale. Ero cosciente del
deplorevole ruolo che aveva giocato la religione nel rafforzare la sottomissione
del popolo allordine costituito e la sua notevole capacità di
autoaccecamento(2).
Rexroth amava dire che la religione è qualcosa che si fa, non qualcosa a
cui si crede. Non so se è vero per le grandi religioni occidentali, ma si
applica almeno in parte ad alcune delle religioni orientali. Queste contengono
probabilmente altrettante fesserie di quelle di solito gli aspetti più
superstiziosi ed insopportabili vengono con discrezione omessi nelle
divulgazioni occidentali ma sono generalmente più tolleranti ed ecumeniche. I
loro miti sono spesso presentati esplicitamente come semplici metafore
spiritose, ed insistono abbastanza poco sulla credenza. Lo Zen in particolare è
più una pratica che un sistema di credenze. Si deve considerare che gli
insegnamenti verbali non hanno alcun significato a meno che non li si metta alla
prova e che ci si appropri di essi. Gli insegnamenti più essenziali si
trasmettono con lesempio vivo. Nonostante una traccia di gerarchia tra guru e
discepolo (considerevolmente attenuata da quando lo Zen è stato adattato in
Occidente), laccento non è posto sul culto di esseri superiori, ma sulla
pratica della meditazione e dellattenzione nelle proprie attività quotidiane.
Nel mio libro su Rexroth ho indicato i limiti che, personalmente, mi sono
fissato: Una cosa è praticare questo o quel tipo di meditazione, o partecipare
a rituali o a feste, dove tutti riconoscono che si tratta soltanto di forme
arbitrarie per rifocalizzare la propria vita o celebrare la comunione umana.
Unaltra cosa è sembrare dare credibilità ad istituzioni ripugnanti ed a
nauseanti dogmi ai quali molti credono ancora. Certamente è soprattutto una
questione di gusto. Ho amici che si fanno meno scrupoli di me a parteciparvi, ed
altri che non parteciperebbero in nessun caso a nessuna pratica religiosa
formale. Da parte mia, amo la maggior parte dei rituali Zen, il silenzio, le
campane, lincenso, il pulito decor in stile giapponese, letichetta
ultra-riguardosa. Ed il fatto di praticare con un gruppo offre molti vantaggi
quanto allamicizia, linsegnamento, e lincoraggiamento reciproco.
Ad ogni modo, avevo voglia di superare le mie riserve e tentare una pratica
più regolare. Il centro di Berkeley nel quale andavo a volte negli anni 60 aveva
continuato con discrezione la pratica dello Zen Soto che è stato introdotto in
America da Shunryu Suzuki. Il maestro, Mel Weitsman, uno degli studenti di
Suzuki di cui avevo fatto la conoscenza allora, era insieme sensato e discreto,
ed i membri, laici e generalmente simpatici, che cercavano di integrare la
pratica Zen nella loro vita quotidiana, sembravano avere conservato il loro
senso dello humour ed aver evitato il settarismo. E non cera neppure bisogno di
alzarsi presto: cerano ora delle sedute di zazen sia di pomeriggio che di
mattina.
Ho cominciato con una seduta quotidiana di quaranta minuti.
Nello zazen (meditazione seduta) ci si siede a gambe incrociate su un
cuscino duro, di fronte ad una parete bianca. Il ventre è spinto un po in
avanti, in modo che la parte posteriore sia diritta e che il corpo sia bene
equilibrato sulle natiche e le ginocchia. La bocca è chiusa. Gli occhi sono
socchiusi ma abbassati. Le spalle sono rilassate. Si pongono le mani
sulladdome, al livello dellinguine, la sinistra sulla destra, i pollici si
toccano leggermente. Se è troppo difficile sedersi in questo modo, altre
posizioni sono possibili purché la schiena resti diritta. Ci si può sedere sui
talloni, sempre su un cuscino, ma con le ginocchia in avanti ed i piedi
indietro, o anche su una sedia. Ma è la posizione del loto (i piedi sulle cosce
opposte) che permette la stabilità ottimale. Ma anche alcune alternative più
facili (un piede sulla coscia o sul polpaccio opposto).
Nello zazen Soto ci concentriamo di solito sul mantenimento della posizione
(che rettifica costantemente la tendenza ad incurvarsi o a irrigidirsi) e sul
respiro, respirando con laddome e contando silenziosamente le esalazioni:
U-n-o-o..., d-u-u-e... Quando si arriva a dieci, si ricomincia. I numeri
servono soltanto come focalizzazione arbitraria non emotiva per aiutare a
mantenere la concentrazione. Si tratta di avvicinarsi quanto più possibile ad
una condizione di non far niente, pur rimanendo completamente attenti e
vigili.
Non è così facile come si pensa. La maggior parte di noi ha sviluppato una
viva resistenza al fatto di essere nel presente. Ciò che accade generalmente, è
che prima di essere arrivati a tre o quattro, ci si trova immersi in
memorie, sogni, desideri, preoccupazioni, timori, rimpianti. Questa cacofonia
ripetitiva si manifesta per la maggior parte del tempo nella nostra mente, ma lo
zazen ce ne rende più profondamente coscienti. Può essere sconvolgente rendersi
conto della piccolezza e del carattere compulsivo dei propri pensieri e delle
proprie sensazioni. È ciò che ho provato, in ogni caso. Questo mi ha permesso di
comprendere come i cristiani che hanno provato esperienze simili potevano
percepirle come una conferma di una colpevolezza inerente alluomo, non
lasciando loro alcuna soluzione se non la fede in una redenzione sovrannaturale.
Il buddhismo affronta queste questioni con maggiore calma, in modo più
tollerante e più obbiettivo, senza insistere perché la gente si batta
inutilmente il petto. Cercare di reprimere la mente scimmia non fa che
causare ancora più confusione emotiva. Ma se ci si mantiene semplicemente calmi,
se si lasciano passare tutti questi pensieri senza formulare nessun giudizio, e
se si ritorna costantemente alla respirazione, allora i turbamenti, non
rinforzati, tenderanno a depositarsi, ad alleviarsi, e si diventa meno emotivi,
meno inclini alle abitudini ed alle associazioni compulsive. Non si tratta di
eliminare i pensieri o le emozioni, ma di smettere di aggrapparvisi di
smettere di aggrapparsi anche al senso del vostro progresso verso il non
aggrapparsi più. Nel momento in cui cominciate a pensare: Ah! Alla fine faccio
dei progressi! Quello ne sarà impressionato! avete perso la coscienza del
presente. Registrate questo fatto semplicemente e con calma, quindi
ricominciate: U-n-o-o..., d-u-u-e...
Dopo due mesi di sedute quotidiane, ho iniziato a partecipare alle
sesshins mensili. Una sesshin consiste in uno o più giorni di pratica Zen
intensiva, soprattutto dedicata allo zazen, ma in cui tutte le altre attività
sono svolte con uno sforzo simile per concentrarsi attentamente su tutto ciò che
si fa. Una sesshin tipica si svolge dalle 5 alle 21. Si fa zazen per periodi di
quaranta minuti, alternati con periodi di dieci minuti di kin-hin
(meditazione camminando molto lentamente, per sgranchirsi le gambe). Colpi di
campane o di battagli di legno segnalano linizio e la fine dei periodi. Non si
parla eccetto per la comunicazione minima e discreta che resta necessaria
durante il lavoro. I pasti si svolgono ugualmente nella zendo (sala di
meditazione), ed la procedura per servire e per mangiare è altamente
ritualistica. I servitori portano un piatto, vi salutate, vi servono, fate un
gesto con il palmo della mano per segnalare abbastanza, vi salutate ancora,
quindi passano alla persona seguente...
Mi piacevano in particolare le sesshins più lunghe (cinque o sette giorni).
Nel primo giorno di una sesshin si può ancora essere preoccupati per gli affari
propri, ma dopo tre o quattro giorni difficilmente non ci si è adattati al ritmo
della sesshin. Si dice che ci siano due tipi desperienza Zen. Una è improvvisa
ed innegabile, come quando si prende una secchiata dacqua in testa. Laltra è
più graduale e più sottile, come quando si cammina nella nebbia, e ci si rende
conto che gli abiti si sono impercettibilmente inzuppati. Vi sentirete un po
così verso la fine di una sesshin. Tutto inizia ad armonizzarsi.
Ma può anche essere abbastanza penoso, con stanchezza, spalle anchilosate,
schiena dolorante, ginocchia sensibili. Benché diventi più facile nella misura
in cui il corpo si abitua, la maggior parte della gente prova sempre qualche
dolore alle ginocchia durante le sesshins. Non si tratta di vedere quanto dolore
si può sopportare (se è realmente troppo, si può sempre cambiare per una
posizione più facile), ma di apprendere a reagire con equanimità a tutto ciò che
capita; a porsi nel momento presente e cessare di languire per il passato o il
futuro. Dopo un po di tempo si scopre che la causa della sofferenza risiede
meno nel dolore presente che nellansia timorosa di eventuali dolori. Il primo
giorno di una sesshin può essere orribile se ci si siede con il pensiero di
altri sette giorni da subire. Ma se si prende un solo respiro alla volta,
non è così male.
È uno dei più grandi vantaggi della pratica collettiva. Quando ci si siede da
soli, è troppo facile bloccarsi quando qualcosa ci disturba un po, ma quando
molti partecipanti si sono impegnati a seguire una sesshin e tutti sono seduti
insieme, ciascuno incoraggia tutti gli altri con il suo sforzo.
A partire dal momento in cui avete acquisito un po di pratica zazen, altre
responsabilità vi sono imposte che esigono altrettanta attenzione. Se essete
servitori, non dovrete essere distratti, altrimenti potreste rovesciare la
minestra su qualcuno. Se vi trovate a dirigere un gruppo di lavapiatti, dovrete
stare attenti che i piatti siano sistemati correttamente, senza peraltro turbare
gli sforzi di concentrazione degli altri chiaccherando in continuazione. Ogni
situazione presenta nuove sfide per trovare il giusto mezzo tra lefficacia e la
presenza di spirito, il calcolo e la spontaneità, lo sforzo e la comodità.
Si spera che alcune di queste pratiche si integrino gradualmente nella propia
vita quotidiana. Non voglio dare limpressione che lo zazen sia una panacea, ma
sono sicuro che la pratica regolare di una meditazione, quale che sia, aiuti a
sviluppare un po più di pazienza e di senso della prospettiva; a riconoscere
che alcuni problemi sono illusori o senza importanza, e ad affrontare con più
calma e più obiettivamente quelli che sembrano sempre importanti.
Dopo un anno e mezzo di partecipazione intensiva al centro, mi sono un po
stancato, ed ho ricominciato a fare il mio zazen quotidiano da solo. Tuttavia
continuavo a partecipare alle sesshins più lunghe. Ho iniziato anche a prendere
parte alle sesshins di altri centri Zen della California del Nord, in
particolare a quello che Gary Snyder e altri (fra cui un vecchio amico di Sam
che avevo conosciuto dagli anni 60) hanno costruito sul loro terreno nei
contrafforti della Sierra Nevada. Come ci si poteva aspettare, loro conoscono ed
apprezzano la natura: alcune delle loro sesshins includono escursioni di sette
giorni (zaino in spalla) una combinazione difficile ma potente!
Verso linizio del 1988 pensai di prendere parte ad un periodo di pratica
intensiva di tre mesi nel monastero di Tassajara. Da anni avevo vagamente
immaginato che andare in un monastero Zen sarebbe una delle esperienze supreme
della vita; ed allora, ho iniziato a pensare che avrei potuto farlo realmente.
In primavera passai a Tassajara otto giorni per vedere lambiente, e mi piacque
molto. Ritornato nella Bay Area, ho partecipato a qualche altra sesshin ed ho
riordinato i miei affari, quindi verso la fine di settembre tornai a Tassajara.
Primo monastero Zen nellemisfero Occidentale, fondato nel 1967 da Shunryu
Suzuki, Tassajara si trova sulle montagne costiere a 200 chilometri a sud di San
Francisco. Era in precedenza una località turistica per le fonti di acqua calda,
ed è sempre attiva in estate; ma durante il resto dellanno è chiusa al
pubblico.
Oltre a Mel, che lo dirigeva, il periodo di pratica prevedeva 26
partecipanti (14 uomini e 12 donne), e due dipendenti che si occupavano degli
interventi tecnici e degli acquisti. Nei tre mesi successivi nessuno fra noi è
andato via da Tassajara, e nessuno vi è venuto, eccetto due monaci giapponesi di
passaggio e due o tre persone del centro Zen di San Francisco.
Eravamo in undici ad essere là per la prima volta e quindi abbiamo dovuto
subire uniniziazione di cinque giorni, cioè una sesshin ultra-intensiva più
dura, fisicamente e mentalmente, di una sesshin ordinaria (niente kin-hin, né
lavoro). A parte una pausa di una mezzora dopo ogni pasto e per andare alla
toelette se necessario, dovevamo restare sui nostri cuscini dalle 4.20 a.m. fino
alle 9 p.m.
Ancor più che durante una sesshin ordinaria, tutto finisce per livellarsi. Il
tempo rallenta. Lattenzione si concentra sulle cose più semplici. Nientaltro
da fare che cuocere nel proprio brodo (letteralmente e metaforicamente: faceva
molto caldo) e imparare con calma a non tenere in alcun conto le piccole mosche
implacabili che si dilettano a strisciare attorno agli occhi, agli orecchi e
alle narici. (Lunica soluzione è di accettarle: daccordo, piccoli birbanti,
strisciate pure se ci tenete! Non mi muoverò.) Non fate nulla a parte sedevi,
perfettamente calmi, respiro dopo respiro... La campana suona. Aumentate
lentamente, conservando gli occhi sempre abbassati. Raggiungete gli altri per un
rituale. Quindi, tornate al vostro cuscino per un pasto. Quindi una pausa.
Uscite lentamente dalla zendo, cercando di mantenere una concentrazione totale
nonostante lo splendore scoperto improvvisamente della natura allesterno.
Prendete una tazza di tè. Massaggiate le vostre gambe indolenzite. Restano
ancora alcuni minuti preziosi per sedersi accanto al ruscello e lasciare che il
suono dellacqua scenda attraverso la vostra testa. Quindi ritornate alla zendo.
Vi ponete nella posizione corretta. Vi tranquillizzate completamente. Nulla
oltre il vostro respiro, respiro dopo respiro...
Dopo liniziazione, siamo ritornati ad un programma quotidiano un po meno
intensivo. Tutte le mattine alle quattro eravamo svegliati da qualcuno che
scendeva sulla via principale correndo e facendo suonare una campana. Appena il
tempi fa per lavarsi la faccia, fare alcuni esercizi yoga di distensione,
indossare labito per la meditazione ed andare alla zendo. La mattina era come
una sesshin: soprattutto lo zazen, con la colazione ed il pranzo serviti come un
rituale nella zendo. Nel pomeriggio lavoravamo per tre ore. Ero nel gruppo che
si occupava dei lavori diversi, carpenteria, giardinaggio, lavare i piatti,
pulizia, ecc., e mi incaricavo anche della biblioteca. Dopo il lavoro veniva la
parte più voluttuosa del giorno: un bagno caldo calmo seguito da unora di tempo
libero. Quindi rimettevamo i nostri abiti e tornavamo alla zendo per la cena.
Quindi un periodo di studio seguito da un supplemento di zazen, ed infine a
letto alle nove e mezza. Non avevo mai nessun problema ad addormentarmi: la
prossima cosa che avrei sentito sarebbe stata la campana della sveglia.
Ogni cinque giorni avevamo il privilegio di poter dormire fino alle cinque.
Quindi, dopo una seduta di zazen e la colazione, avevamo tempo libero fino alla
sera. Lo usavamo generalmente per fare il bucato, preparare il pranzo e fare
unescursione, o restare là leggendo, scrivendo lettere o intrattenendosi
delicatamente. La sera avevamo una lezione sul Genjo Koan di Dôgen:
Studiare la via buddista, è studiare sé stessi. Studiare sé stessi, è
dimenticare sé stessi. Dimenticar sè stessi, è essere illuminato da tutte le
esistenze. Essere illuminato da tutte le esistenze, è lasciar cadere il corpo e
la mente. vedere scomparire ogni traccia di risveglio e fare nascere
costantemente il risveglio senza traccia...
Dopo alcune settimane il tempo si rinfrescò. Allombra delle montagne
circostanti, Tassajara diventa fredda ed umida in autunno ed in inverno, almeno
fino a mezzogiorno, e non cera né riscaldamento né isolamento termico. Almeno
il freddo ci aiutava a svegliarci. Benché la routine fosse spartana per certi
aspetti, era stimolante arrivare allessenziale e vivere in una comunità in cui
tutti lavoravano insieme tranquillamente. Per me, una sesshin o un periodo di
pratica suggerisce le vere possibilità della vita. Quando incrociamo qualcuno
su un sentiero, ci fermavamo tutti e due, ci salutavamo, quindi riprendevamo il
nostro cammino senza una parola. Meraviglioso!
[Letture, scritti, traduzioni, musica]
Rientrato a Berkeley, ritornai a quella che era la mia pratica zen da tempo
(cioè, un breve periodo di zazen da solo tutte le mattine, oltre alle lunghe
sesshins qualche volta allanno), e ripresi il lavoro su Rexroth (The
Relevance of Rexroth). Avevo accumulato centinaia di pagine di note, ma alla
fine decisi di lasciarne fuori la maggior parte e ridurre il testo ad una
presentazione breve e relativamente accessibile di alcuni temi principali. Il
libro è stato infine completato nel 1990. Le vendite sono state abbastanza
modeste, ma (e questo è uno dei vantaggi dellauto-edizione) ho potuto donare
copie a centinaia di amici e conoscenti, a volte anche a sconosciuti. Continuerò
a farlo con le numerose copie che possiedo ancora, ma ho inserito il testo anche
in questo libro [il libro: Public Secrets] perché tratta molte questioni
importanti per me che non sono esposte negli altri miei scritti.
Nel gennaio 1991 la guerra del Golfo ha fatto scendere centinaia di migliaia
di persone nelle strade per la prima volta dopo anni. Iniziai immediatamente a
scrivere lopuscolo The War and the Spectacle [La guerra e lo
spettacolo]. La maggior parte delle idee di questo testo erano già state
largamente discusse o conosciute intuitivamente, ma pensavo che il concetto
situazionista di spettacolo avrebbe aiutato a collegarle. Con laiuto dei miei
amici, ne ho diffuso 15.000 copie in alcuni mesi. Oltre ad inviarlo agli
individui, ai gruppi ed alle librerie radicali ovunque nel mondo, ho saturato il
milieu antimilitarista locale, distribuendolo alle manifestazioni, alle
raccolte, durante la proiezione di film, nel corso di concerti umanitari, di
rappresentazioni di teatro radicale nei parchi, di dibattiti sulla guerra ed i
mass media, e delle apparizioni di Ramsey Clark e di Thich Nhat Hanh. È stato
il testo meglio recepito di quelli che ho diffuso. Fra tutti coloro che lhanno
avuto tra le mani, quasi nessuno si è lagnato di non averlo compreso, molte
persone mi hanno detto più tardi che lo avevano fotocopiato ed inviato ai loro
amici o che lo avevano trasmesso con reti telematiche, ed è stato più volte
ristampato e tradotto.
Una dei rari critici del testo si è detto sorpreso che siano stati necessari
oltre due mesi per scrivere un così breve articolo. Invidio la gente che sa
scrivere più rapidamente, ma questa lentezza mi è abituale. Scrivo certamente
molto prendendo note su tutto ciò che potrebbe avere una minima relazione con
il mio argomento, a volte anche lasciandomi andare a libere associazioni di idee
, ma di solito non sono soddisfatto prima di avere condensato radicalmente i
materiali, riesaminando tutti i dettagli in varie riprese, eliminando le
ridondanze e le esagerazioni, provando diversi rimaneggiamenti, esaminando
eventuali obiezioni e malintesi. Credo che un testo ben ragionato abbia un
effetto più penetrante, e infine una maggiore portata, di una decina di testi
poco ordinati.
Poiché affronto soltanto argomenti che mi interessano realmente, questo
processo in genere mi assorbe abbastanza. A volte raggiungo lo stato del rush
negativo che ho descritto in Double-Reflection [Doppia riflessione]
la mia mente è attraversata da così tante idee che non riesco ad avere il tempo
per trascriverle. Se sto camminando devo fermarmi ogni due o tre minuti per
prendere note. Potrei anche alzarmi in mezzo della notte per scarabocchiare
delle note. A volte sono così preso che se fossi di fronte alla morte imminente,
la mia prima preoccupazione sarebbe: Se soltanto potessi completare questo
testo, allora morirei contento!
Altre volte sono depresso, e qualsiasi cosa che ho scritto mi sembra noiosa e
banale. Posso lavorare un intero giorno su un passaggio, trascorrere una notte
insonne pensando, quindi alla mattina, disgustato, gettare tutto nella
pattumiera. Quando il testo si avvicina alla pubblicazione, mi tormento a
proposito di eventuali conseguenze. Una frase non riuscita può comportare una
grande perdita di tempo, a causa dei malintesi; una buona frase può causare una
svolta nella vita di qualcuno.
Abbiamo tutti una tendenza naturale a rifiutare le cose che contraddicono i
nostri punti di vista. Secondo me, il miglior modo di contrastare questa
tendenza è quello che usava Darwin: Da anni seguo una regola doro: ogni volta
che mi imbattevo su un fatto pubblicato, su una nuova osservazione o su un
pensiero che contraddice le mie teorie, ne ho preso subito nota con precisione;
poiché ho constatato che tali fatti e tali pensieri sono molto più suscettibili
di sfuggire alla memoria di quelli favorevoli. Cerco di seguire questa norma,
facendo lavvocato del diavolo su qualsiasi questione, esaminando accuratamente
ogni critica e annotando immediatamente ogni obiezione che mi viene in mente
rispondendo se posso, modificando o abbandonando la mia posizione se non posso.
Anche gli attacchi più deliranti contengono di solito alcuni punti validi, o
almeno rivelano malintesi da chiarire.
Ma occorre trovare una giusta via psicologica. Preoccuparsi troppo di
eventuali obiezioni vi impedisce di fare qualunque cosa. I situazionisti
ortodossi disprezzano il mio misticismo, i seguaci della New Age hanno
limpressione che io sia troppo razionalista, i gauchistes tradizionali mi
rimproverano di ridurre al minimo limportanza della lotta di classe, gli
arbitri del political correctness lasciano intendere che dovrei esprimere
una maggiore contrizione per la mia qualità di maschio bianco americano, gli
accademici lamentano la mia mancanza dobiettività erudita, i pigri mi trovano
troppo meticoloso, alcuni si lagnano che i miei scritti sono troppo difficili,
altro mi accusano di semplificare troppo... Se prendessi tutte queste obiezioni
seriamente, diventerei catatonico! Alla fine bisogna decidersi!
Per quanto possibile provo a fare in modo che qualsiasi progetto sia una
nuova avventura, scegliendo un argomento che non avevo mai analizzato o un
metodo che non avevo mai impiegato. Questo lo rende più interessante almeno per
me, e spero anche per il lettore. Cerco anche di evitare di caricarmi di troppe
cose in una volta. Ci si trova in breve prostrati se si assorbono costantemente
tutte le cattive notizie del mondo o se si prova a contribuire a tutte le buone
cause. Mi concentro generalmente su uno o due progetti che mi interessano così
profondamente che sono pronto a dedicare loro tutto il tempo e le spese
necessarie, non prestando attenzione alle cose riguardo alle quali non ho
intenzione di far nulla.
Sono ritornato nuovamente in Francia nellautunno del 1991, sistemandomi
ancora da Christian, con il sua ragazza e suo fratello, ed in questa occasione,
ho fatto tre viaggi fuori Parigi: a Grenoble per rendere visita a Jean-François
Labrugère, un amico che ha tradotto molti dei miei scritti con una meticolosità
esemplare; a Varsavia per incontrare dei giovani anarchici che avevano appena
scoperto i situazionisti; ed a Barcellona, dove raggiunsi alcuni dei miei amici
tedeschi. Durante il viaggio di ritorno a Parigi, passai alcuni giorni in
Dordogna per vedere Joël e Nadine. Vari anni prima avevo fatto conoscere loro
Rexroth. Alla fine erano diventati rexrothiani entusiasti quanto me, ed avevano
appena completato una traduzione del primo dei suoi libri ad uscire in Francia:
Les Classiques revisités [I classici rivisitati].
Passai gran parte del tempo a Parigi dedicandomi alla mia principale passione
musicale degli ultimi anni, la canzone francese, frequentando i mercati delle
pulci ed i depositi di dischi doccasione, registrando le raccolte dei miei
amici e provando a decifrare i testi più oscuri e gergali delle canzoni. un
mondo ricco e affascinante, dai cantanti di cabaret del XIX secolo come Aristide
Bruant (luomo della sciarpa rossa e della cappa nera rappresentato sul
notissimo manifesto di Toulouse-Lautrec, che fu ordinato per fare pubblicità al
caffè dove cantava Bruant), passando per le chansons réalistes tragiche e
sordide (Fréhel, Damia, la prima Piaf) e gli artisti di music-hall degli anni
30, come il delizioso fou chantant Charles Trenet, fino alla rinascita dei
grandi cantanti poeti del dopoguerra, con Georges Brassens (il più grande, che
va dalle elegie commoventi e sagaci alle satire più oltraggiose), Anne Sylvestre
(unaffascinante paroliera, che fa pensare un po al primo Leonard Cohen e a
Joni Mitchell), Léo Ferré, Jean-Roger Caussimon, Jacques Brel, Guy Béart, Félix
Leclerc, come pure molte interpreti eccellenti di canzoni più vecchie, tra le
quali la mia favorita è Germaine Montero.
È difficile trovare questa musica negli Stati Uniti, ma i miei amici ed io ne
abbiamo di tanto in tanto un assaggio quando The Baguette Quartette si
esibisce al folk music club Freight and Salvage a Berkeley, che ha
presentato tanti musicisti meravigliosi in tre decenni. Benché abbia avuto molte
passioni musicali nel corso degli anni, dai suoni primordiali degli ensembles di
tamburi giapponesi (taiko) fino alla canzone greca rebetica, ho sempre
conservato una predilezione particolare per la vecchia musica popolare
americana, probabilmente perché è la sola che sia capace di suonare. Mi diverto
ancora a suonare in piccole riunioni di amici (alcuni dei quali ho conosciuto a
Shimer ed a Chicago), ed io manco soltanto di rado alle East Bay Fiddlin and
Pickin Potlucks, riunioni mensili da qualcuno che ha una casa abbastanza
grande, durante le quali un centinaio di persone porta piatti e suona della
musica per tutto il pomeriggio. Tra le chiacchiere e il mangiare la gente si
raccoglie secondo i loro gusti preferiti il bluegrass, dicono, nel cortile,
la musica irlandese allentrata, il canto corale di sopra, lo swing degli anni
30 attorno al piano, se ce nè uno, le vecchie arie di violino sotto la veranda,
il blues, o forse la musica cajun o klezmorin, nel corridoio o sul
marciapiede... Mi trovo di solito nelluno o nellaltro dei gruppi più
tradizionali, che cantano e che suonano col violino o con la chitarra
nulla di complicato, ma abbastanza per divertirsi. Tutti partecipano al loro
livello: i suonatori meno abili, come me, fanno ciò che possono per seguire i
più bravi, ma ciascuno è sempre libero di lanciare una canzone o unaria che
conosce. Queste riunioni si svolgono senza grandi difficoltà quasi da ventanni,
in modo puramente autogestito e volontario. Penso a volte a questi, e a tanti
altri circoli e reti simili che esistono ovunque senza mai ricercare o conoscere
la minima notorietà nello spettacolo, prefigurando il modo in cui le cose
potrebbero funzionare in una società sensata. Convengo che non sia molto.
Precisamente. Ecco linteresse: il fatto che siano così semplici.
Sono ancora daccordo con i situazionisti che le arti sono soltanto forme
limitate della creatività, e che è più interessante cercare di esercitarsi nel
progetto di trasformare le nostre vite ed infine lintera società. Quando mi
sono impegnato in questo grande gioco, ho pensato di veder diminuire la mia
inclinazione per le attività artistiche. Ma cè un tempo per ogni cosa. La
critica situazionista dello spettacolo (cioè del sistema
spettacolare) è la critica di una tendenza sociale eccessiva; non vuol dire che
sia un peccato essere spettatore, non più di quanto la critica marxista del
sistema mercantile imponga alla gente di fare a meno dei beni.
Ho sempre trovato divertente che i radicali credano di dover giustificare il
loro consumo culturale facendo finta di trovarvi sempre qualche messaggio
radicale. Personalmente preferisco di molto leggere le opere di un essere umano
pieno di brio e con uno scintillio negli occhi, come Rexroth, Mencken, Henry
Miller o Ford Madox Ford, piuttosto che qualche puritano politically correct. In
realtà, preferisco Omero, Basho, Montaigne o Gibbon a non importa quale autore
moderno. Posso ancora apprezzare nel loro giusto valore alcune grandi opere del
passato, riconoscendo che le loro limitazioni erano naturali nel contesto dei
loro tempi; ma mi è difficile prendere sul serio i visionari del post-1968 che
non sono neppure accorti delle nuove possibilità di vita. Quando si tratta degli
autori contemporanei, non leggo praticamente che opere devasione che non hanno
alcuna pretesa di profondità o di radicalità. Fra i miei preferiti, i romanzi
polizieschi di Rex Stout (non tanto per lintrigo quanto per il mondo divertente
della famiglia di Nero Wolfe e per la narrazione animata di Archie Goodwin); le
fantasie ed la science-fiction di Jack Vance (per la varietà notevole di società
strane e per i suoi dialoghi sardonici ed ironici); e i saggi scientifici di
Isaac Asimov, che aveva un talento raro per mostrarsi allo stesso tempo
istruttivo e divertente su qualsiasi argomento, spiegando le ultime scoperte
dellastronomia o della fisica delle particelle elementari, o speculando sui
rapporti sessuali in una stazione spaziale in assenza di gravità.
Nel 1992 mi proposi di tradurre in francese il mio libro su Rexroth. Anche se
non dovesse mai essere pubblicato, volevo averne almeno una versione decente tra
le mani da dare ai miei amici ed ai miei conoscenti. Era anche una buona
occasione per perfezionare il mio francese, che era ancora abbastanza limitato.
Preparai una prima stesura sul mio nuovo computer, quindi, nel corso dellanno
seguente, inviai delle bozze successive a Jean-François Labrugère, su cui ha
fatto numerose correzioni e proposte per migliorarne lo stile. Ne facemmo
circolare una versione provvisoria nel 1993 ed una nuova versione rivista e
corretta è stata pubblicata nel 1997.
Nello stesso periodo iniziai anche a collaborare con Joël Cornuault su una
serie di traduzioni delle opere di Rexroth, a partire da unedizione bilingue di
una trentina delle sue poesie, Lautomne en Californie [Lautunno in
California], nel 1994 e proseguendo con una scelta delle sue cronache, Le San
Francisco de Kenneth Rexroth [La San Francisco di Kenneth Rexroth], nel
1997.
Mi ha fatto molto piacere collaborare con questi due traduttori, perché tutti
e due si prendono cura di verificare accuratamente la sfumatura precisa di ogni
espressione, anche se ciò a volteimpegna molto tempo quando viene fatto per
corrispondenza.
[Come mai ho scritto questo libro]
Lanno 1993 ha raccolto molte cose della mia vita, portandole infine nel
libro che avete tra le mani. Allinizio dellanno sono finalmente riuscito a
leggere per intero À la recherche du temps perdu [Alla ricerca del tempo
perduto] di Proust. Immerso in questopera immensa, a volte noiosa, ma
nelinsieme affascinante, mi è venuto in mente di ripercorrere il mio passato.
Ho dunque iniziato a scrivere tutto quello che riuscivo a ricordarmi dei miei
primi anni, principalmente perché mi interessava, ma anche con lidea che avrei
potuto presto o tardi mostrare il testo ad alcuni amici intimi. Poiché una cosa
richiamava laltra, ci furono presto più di cento pagine.
Questo si è rivelato un buon modo di affrontare molti problemi ed errori del
mio passato. Il fatto di ricordarmi dei bei tempi andati mi ha indotto anche a
riprendere i rapporti con molti vecchi amici, tra cui Mike Beardsley, che non
vedevo da più di ventanni. Sono riuscito a trovarlo, abbiamo avuto alcune
lunghe conversazioni al telefono, ed in giugno ho preso laereo per Chicago per
vederlo. Si trovava ad esercitare la professione abbastanza stressante
dinsegnante nelle zone diseredate del centro città, era passato attraverso a
molti matrimoni e a molti divorzi tempestosi, ed era ingrassato; ma aveva
conservato molto del suo vecchio spirito selvaggio ed indipendente. Fu
meraviglioso rivederlo. Per aumentare la nostalgia, abbiamo preso lautomobile
per andare al campus della vecchia città universitaria di Shimer, in occasione
di una riunione che per caso si svolgeva nello stesso momento, ed abbiamo
rivisto molti altri vecchi amici per la prima volta dagli anni 60.
Due mesi più tardi ho ricevuto la notizia della sua morte improvvisa. Per
sopportare il dolore, ho scritto in libera associazione una lunga elegia che
celebra la nostra vecchia amicizia. Quindi lho lavorata di nuovo fino ad
ottenere ad un testo più breve che ho fatto circolare fra alcuni amici e
parenti:
MICHAEL BEARDSLEY (1945-1993)
Mike è morto il 29 agosto per arresto cardiaco mentre era allospedale per
curare una polmonite.
Fummo amici
stretti soltanto per due anni, dal 1961 al 1963, ma era unepoca essenziale e
appassionante per tutti e due. Ci incontrammo allo Shimer College, dove
eravamo compagni di camera, quando avevamo soltanto 16 anni, quindi tutti e
due lasciammo la scuola per vagabondare in California, in Texas, dove la sua
prima moglie, Nancy, partorì suo figlio ed a Chicago. Alcuni anni più tardi
emerse una controcultura che comprendeva alcune nostre aspirazioni
diffondendosi tra milioni di persone. Ma allinizio degli anni 60 quella trama
stava ancora tessendosi clandestinemente qua e là. Con i nostri compagni nella
ricerca, eravamo ancora abbastanza isolati, avanzando solitari, a tentoni,
verso nuove visioni, nuovi stili di vita. Per alcuni aspetti questisolamento
rendeva le cose più difficili per noi, ma dava anche un sapore particolare
alle avventure ed alle disavventure che abbiamo condiviso scoprendo lo Zen
ed il peyotl, Rimbaud ed i beats, Henry Miller ed Hermann Hesse, Leadbelly e
Ravi Shankar; vivendo giorno per giorno, sperimentando costantemente, a volte
fino alla temerarietà, partendo in autostop attraverso il Middle West vasto ed
oblioso, trovandoci a volte in strada da qualche parte in mezzo alla
notte, ma senza mai proccuparci troppo, scendendo lungo la grande strada
deserta canatata da Coltrane ed immaginando il grande mondo, laggiù, che
rimaneva da esplorare.
Ci siamo alla
fine separati, ciascuno seguendo il suo cammino, e ci siamo parlati solo
sporadicamente nel corso dei trentanni successivi. Quindi un umore nostalgico
mi ha fortunatamente spinto ad andare a trovarlo, e sono andato a Chicago
appena due mesi fa. Nonostante tutta lacqua che era passata sotto i ponti da
quei tempi, abbiamo rivissuto alcuni bei momenti della nostra vecchia
amicizia. Mi rallegravo già di far rivivere la nostra amicizia negli anni a
venire. Quindi, tutto dun colpo, non era più là.
Mentre piangevo
la sua morte mi sono reso conto che piangevo in realtà su me stesso, perché
una parte preziosa della mia vita era scomparsa. So che altri, che erano
vicini a lui, provano la stessa perdita. triste pensare a tutte le cose che
abbiamo condiviso, o che avremmo potuto condividere con lui. Tuttavia, alla
fine, non credo che gli siano mancate molte cose nella vita. Mike aveva una
vita molto tumultuosa, piena di passioni e di sofferenze, ma lha vissuta con
meraviglia ed intensità. Una volta entrò nella mia camera senza farsi sentire,
mentre ero addormentato ed esclamò: Ken! Svegliati! Il mondo è magico!
Che? Oh sì, lo so, Mike, ma ascolta, sono andato a dormire molto tardi
questa notte... Ma Ken, voglio che tu ti accorga realmente che il mondo è
magico. Proprio qui! Adesso! Osserva! Inutile discutere con lui dovetti
alzarmi e vedere. E certamente, aveva ragione.
Addio, vecchio
amico.
È stata la morte di Mike, più che altro, che mi ha convinto a pubblicare
questautobiografia. Mi rallegrava lidea di mostrargliela perché avrebbe potuto
ricordarmi delle cose che avevo dimenticato. Ma ora è troppo tardi. Non ho
intenzione di tirare le cuoia in un prossimo futuro, ma questo genere di shock
ci ricorda che non vivremo eternamente, e che se vogliamo fare qualcosa, è
meglio non aspettare.
Il fatto di raccogliere e mettere a punto tanti aspetti diversi della mia
vita mi ha indotto anche a riprendere le mie vecchie note. Dalla fine degli anni
70 avevo accumulato osservazioni su diverse questioni di tattica e situazioni
radicali, senza mai riuscire ad organizzarle in modo coerente. Ora i due
progetti iniziavano a completarsi. La forma più sciolta dellautobiografia si
prestava ad includere brevi osservazioni su vari argomenti che non avrebbero
meritato interi articoli (risposte alle domande che mi sono spesso posto,
chiarificazioni di alcuni malintesi, tentativi di comunicare ciò che ho trovato
interessante su questo o quel soggetto), e che sarebbero serviti in qualche caso
ad illustrare, sviluppare o precisare temi che erano presentati più
obiettivamente in The Joy of Revolution [La gioia della rivoluzione]. I
materiali potevano essere trasferiti da un testo allaltro come mi pareva.
Ho pensato anche di riunire e ristampare le mie vecchie pubblicazioni. A
parte alcune dichiarazioni eccessive ed alcuni riflessi di retorica situ,
rivendico ancora la maggior parte di ciò che ho scritto, benché questi testi
possano certamente sembrare oscuri a quelli che non si sono mai impegnati nel
genere di attività che sono descritte.
Per qualche tempo ho previsto diverse pubblicazioni distinte: riservare
lautobiografia agli amici intimi, pur pubblicando gli altri scritti sotto forma
di opuscoli o di piccoli libri; o forse rielaborare degli estratti
dellautobiografia perché servissero da commento ai vecchi testi ristampati; o
pubblicare una rivista che comprendesse The Joy of Revolution [La gioia
della rivoluzione] e altri testi diversi. Alla fine mi è venuto in mente che
molte cose si sarebbero semplificate se avessi inserito tutto in un solo libro.
Per quanto eteroclita potesse sembrare tale compilazione, avrebbe avuto il
vantaggio di rivelare le correlazioni (che, senza questa, potrebbero non essere
ovvie ai lettori) come anche le contraddizioni (che, senza questa, non potrei
guardare in faccia).
Sapere che il libro sarebbe letto da una gran varietà di persone, la maggior
parte delle quali, ma non tutti, conosce i situazionisti, presenta molte sfide
interessanti, come quella di legare tra loro i diversi aspetti e quella di
trovare il giusto mezzo tra il troppo e il troppo poco nelle spiegazioni. Senza
dubbio il miscuglio che ne risulta (in parte cronaca politica, in parte
autoanalisi, in parte semplice nostalgia) non soddisferà completamente nessuno
alcuni si chiederanno perché affronto alcuni argomenti, altri desidereranno
al contrario che fornisca maggiori dettagli gustosi.
Una volta che ho deciso di pubblicare lautobiografia, ho tolto molti
dettagli personali che erano presenti nella prima stesura, sia perché potrebbero
imbarazzare le persone interessate, sia perché avrebbero presentato scarso
interesse alla maggior parte dei lettori. A parte alcune eccezioni non ho
designato nessuno con il suo nome a meno che non si sia impegnato in unattività
pubblica.
Convengo sul fatto che questautobiografia riveli una certa autocompiacenza.
Benché abbia citato alcuni episodi penosi che erano troppo determinanti per
essere omessi, nellinsieme non sono stato troppo duro verso me stesso,
trattando soltanto delle cose che trovo piacevole ricordare e che, credo,
potrebbero interessare i miei amici e forse qualcun altro. Se alcuni lettori mi
prendono per un egotista per essermi permesso di scrivere sulla mia vita
relativamente poco spettacolare, spero che altri saranno incoraggiati a rivedere
le proprie esperienze.
* * *
Giro intorno e non concludo nulla, o quasi nulla,
cosa che contraddirebbe la mia prospettiva. Il lettore o la lettrice
avranno sempre la sua parte da giocare, come me. Cerco meno a esporre un
motivo o un pensiero che a condurti, lettore, nellatmosfera di questo
motivo o di questo pensiero affinché proseguiate il vostro volo.
(Whitman: A Backward Glance Oer
Traveled Roads)
[Unocchiata alle spalle sulla strada fatta]
[NOTE]
1. Brevemente: Nel suo articolo del Village Voice e nel suo libro
posteriore, Lipstick Traces, Marcus si riferisce ai situazionisti
esteticamente, come uno spettatore affascinato. Nonostante la sua
ammirazione per le loro idee estremiste, mostra poco interesse per le tattiche e
le forme organizzative accuratamente calcolate con le quali provavano a mettere
queste idee in pratica, invece di esprimerle impulsivamente come i suoi
altri eroi, i dadaisti ed i punks. Il suo modo impressionista e personale di
rievocare i situazionisti è più illuminante degli stupidi resoconti della
maggior parte delle critiche culturali ed universitarie, ma come queste
preferisce lesotismo affascinante della prima fase, considerando il loro
successivo periodo rivoluzionario un anacronismo imbarazzante. Tali critiche ci
rassicurano invariabilmente che, indipendentemente dalle rivoluzioni che siano
avvenute in passato, ora è tutto finito, e non si ripeterà mai più. Dopo avere
ridicolizzato la perorazione dellI.S. a favore dei consigli operai (largomento
è meno semplicistico di quanto non lasci supporre), Marcus conclude,
disincantato: Se lidea situazionista della contestazione generale si è
realizzata nel maggio 1968, questidea ha raggiunto i suoi limiti. La teoria
dellatto esemplare (...) è andata tanto lontano quanto tale teoria o tale atto
potevano permettere passando sotto silenzio il fatto che il movimento di
maggio aveva fallito il tentativo di andare molto più lontano (vedere i passaggi
citati alle pagine 53 e 57 di questo libro; I.S. n. 12, pagine 12-13;
vedere le sezioni What could have happened in May 1968 e The ultimate
showdown in The Joy of Revolution), e non citando mai i movimenti
posteriori che per certi riguardi sono andati più lontano, come il Portogallo
nel 1974 o la Polonia nel 1980, né nessuna delle correnti particolari che hanno
cercato di riprendere per conto loro e di sviluppare i risultati ottenuti dai
situazionisti. Io stesso sono classificato bizzarramente da Marcus come uno
studente dellI.S., come se non ci restasse, a noialtri che viviamo oggi,
che produrre tesi erudite o elegie nostalgiche sulle avventure eroiche del tempo
passato.
2. Prima di continuare, occorre sottolineare che la mia
pratica Zen non si riferisce ad alcuna credenza sovrannaturale. Per quanto ne
sappia lo Zen non invalida la scienza né la ragione, prova semplicemente a
sbarazzarci dell’abitudine all’ “intellettualizzazione” eccessiva e compulsiva.
Senza una certa quantità di discernimento logico, la gente non potrebbe
sopravvivere un solo giorno, neppure potrebbe comprendere a sufficienza ciò che
ho appena detto per contraddirmi.
Benché la scienza sia spesso accusata darroganza, è praticamente il solo
campo umano che tenga conto della sua fallibilità, che si metta regolarmente
alla prova e che corregga i suoi errori con metodi rigorosamente oggettivi
concepiti per neutralizzare le tendenze naturali della gente verso il
ragionamento erroneo, i pregiudizi inconsci e la memoria selettiva (il fatto di
ricordarsi tutti i successi dimenticando tutti i fallimenti). Per verificare
realmente le pretese dellastrologia, ad esempio, occorre esaminare un campione
statisticamente adeguato per verificare, ad esempio, se un numero sproporzionato
di scienziati è nato sotto i segni astrologici che si presume indichino tendenze
razionaliste. Simili prove sono state condotte a varie riprese senza rivelare
mai la minima correlazione di questo tipo. Indagini analoghe su molti altri
fenomeni cosiddetti paranormali sono state descritte nei libri di James Randi,
di Martin Gardner e di altri, ed in numerosi articoli del Skeptical Inquirer
(rivista del Comitato per lindagine scientifica dei cosiddetti fenomeni
paranormali). Molto spesso è stato dimostrato che tali pretese si basavano su
voci che si rivelavano false, su interpretazioni erronee di eventi che si
spiegavano in altro modo, su condizioni di sperimentazione insufficientemente
rigorose, o semplicemente su burle o su ciarlataneria.
Può darsi che ci sia una piccola parte di verità in qualcuno di questi
fenomeni, ma sapendo quanto le persone sono disposte ad ingannarsi (e a fissarsi
nelle loro credenze piuttosto di riconoscere che si erano ingannati), non ho
lintenzione di pronunciarmi prima di avere visto delle prove evidenti. Da anni,
Randi e altri presentano unofferta permanente di 100.000 dollari a chiunque
potrebbe dimostrare il minimo potere paranormale in condizioni controllate
scientificamente (condizioni che includono la partecipazione di illusionisti
come Randi, che conoscono i trucchi usati dai ciarlatani). Centinaia di
sedicenti medium, radioestesisti, astrologi, ecc. si sono provati, invano
finora.
Parte 3 della versione
italiana di Confessions of a Mild-Mannered Enemy of
the State, traduzione
dallinglese di Omar Wisyam.
No copyright.
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